Labor – Intervista a Matteo Ricci

Il Primo Maggio 2020 verrà sicuramente ricordato come “il Primo Maggio in cui non siamo potuti scendere in piazza”, anche se di scendere in piazza ne avremmo avuto proprio bisogno, in un paese in cui il numero di caduti sul lavoro continua ad essere più che allarmante, in cui il gender pay gap continua a rappresentare una vergogna per tutte e tutti e il lavoro di cura rimane invisibile.

In un territorio come il nostro, l’impossibilità di scendere in piazza per i diritti del lavoro è avvertita con particolare dolore, essendo queste comunità da sempre caratterizzate da una classe operaia coesa, viva e, perché così è giusto che sia, bellicosa: non è un caso che Isola del Liri e Sora vantino Società Operaie di Mutuo Soccorso fondate più di 120 anni fa, ma anche in Valle di Comino se ne contano di risalenti ad inizio ‘900.
Ma il lavoro non è solo quello in fabbrica e le rivendicazioni non sono solo quelle per il salario o l’uguaglianza delle lavoratrici e dei lavoratori.
È lotta anche quella dei piccoli laboratori artigiani, che resistono tra mille difficoltà per portare avanti arti e mestieri della tradizione o per innovare con il lavoro delle proprie mani.

Quest’anno, mentre aspettiamo di poterci rivedere ancora in piazza ad esercitare quel senso di comunità che pare perso nelle nostre quarantene, festeggiamo il Primo Maggio con il racconto di questo mondo troppo poco celebrato grazie alla ricerca di Matteo Ricci, fotografo classe 1996 di Rocca d’Arce, che nel suo primo libro fotografico Labor raccoglie cinque storie di persone che vivono nelle valli grazie al proprio mestiere o alla propria arte.

 

È sicuramente molto interessante che un fotografo giovane come te si sia interessato al tema del lavoro manuale e dell’artigianato, come ti sei avvicinato a questo mondo e come hai scelto i protagonisti delle tue storie?

È qualcosa che sento da sempre vicina per via di mio padre, lui infatti ha lavorato per anni come falegname e ancora oggi per passione di tanto in tanto ristruttura mobili antichi; uno di quei lavori che puoi fare solamente a mano, sicuramente con l’aiuto di qualche strumento ma comunque con tanto olio di gomito. Per quanto riguarda i protagonisti del libro mi è bastato innanzitutto guardare chi nel mio paese vive di un lavoro antico, due delle cinque storie infatti provengono da Rocca d’Arce, poi un po’ grazie al passaparola mi è bastato scegliere il tipo di lavoro che volevo fotografare e molti amici e conoscenti mi hanno aiutato a trovare le altre tre persone ritratte.

 

Gli artigiani, soprattutto quelli di provincia, sembra che a volte facciano fatica ad impostare una narrazione di sé stessi, soprattutto ma non solo per quanto riguarda internet e i social. Ti è sembrato che le persone che hai fotografato in Labor siano state felici di avere modo di raccontarsi e raccontare il proprio mestiere?

Si, le disponibilità con cui mi hanno accolto tutti e cinque per far raccontare le loro realtà è stata una delle cose che ha caratterizzato questi mesi di lavoro. Ho trovato in ognuno di loro una voglia di raccontarsi e far sapere a più persone possibili cosa fanno nelle loro botteghe e aziende. Qualcuno si usa i social e appunto internet come vetrina, ma alcuni no e credo che abbiano visto, a giudicare poi dalle foto molto vecchie appese alle pareti, il mio indagare attraverso una macchina fotografica come un modo per raccontarsi a distanza di anni da quelle foto ormai un po’ ingiallite dagli anni.

 

È molto bello che tu abbia inserito in Labor sia chi fa il proprio lavoro da una vita che persone molto più giovani. In che stato hai trovato le attività che hai conosciuto e fotografato? Pensi che abbiano un futuro?

Avendo conosciuto realtà di ogni fascia di età ho trovato in ognuno di loro una voglia di portare avanti la propria arte finché possibile. Credo molto però che nei casi delle realtà più avanti con gli anni il fatto che possano avere un futuro solido dipenda da chi eredita l’attività o da eventuali ragazzi che decidono di imparare un mestiere ex-novo e quindi continuare quello che gli è stato trasmesso in maniera pratica. Un caso esemplare può essere quello dell’Azienda Lancia che ho fotografato e che ora vede il figlio Bernardo deciso a continuare l’attività iniziata dal bisnonno ormai quasi cento anni fa.

 

Dalla scelta di raccontare queste storie è chiaro come da parte tua ci sia un certo interesse nelle cose che ti succedono intorno, qual è il tuo rapporto con il territorio? Come vedi questo territorio tra 10 anni? Ti ci vedi anche tu?

Vivendo in un paese piccolissimo credo di aver sviluppato un “odi et amo” per questo territorio. Ne amo follemente tutte quelle cose che lo rendono caratteristico ed unico ed odio fortemente il provincialismo con cui alcune volte ci si trova a combattere in queste zone. Spero fortemente che entro dieci anni si consolidino tutte le attività che ora stanno nascendo dalle idee di persone poco più grandi di me e venga a svilupparsi in modo più consistente un mercato per noi creativi così da non dover per forza andare via per cercare fortuna altrove. Tra i miei obiettivi c’è quello di restare qui riuscendo a lavorare con una fotografia che spesso siamo abituati a vedere altrove, per esempio quella pubblicitaria. Nella peggiore delle ipotesi cercherò lavoro altrove ma con un occhio sempre a questa Terra, soprattutto per tornarci quando mi mancherà un po’ casa.

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