Hai mai incontrato la ninfa Marica?

Ho fatto un sogno, un sogno tipico per quelli che sono nati lungo un fiume: ho sognato che ero nei pressi del fiume, nell’ansa vicino casa mia, la dove ho visto cormorani neri a distendersi le ali, appollaiati su di un albero senza foglie. Camminavo lungo le sponde del fiume, c’era una nebbia leggera che saliva dall’acqua che non lasciava vedere il cielo. Cammino distratto ma con l’attenzione a dove mettevo i piedi che non si sa mai: il fiume in quel tratto è infido, ci sono leggende e racconti di gente annegata, dei gorghi, di persone che hanno preso sul serio la frase “mo m uagli a ittà a sciume” (adesso vado a gettarmi a fiume).

Sento voci di uccelli, acqua che si agita, strani rumori, alzo lo sguardo, mi blocco: è lì, a pochi passi da me, una figura di donna con i piedi nell’acqua, vestita di veli (non è un sogno pornografico), bella e indefinita, dalle forme generose, un volto antico, capelli lunghi, neri, non muove le labbra, ma sento che vuole parlare con me e mi parla, direttamente nella mia testa: che ci fai a quest’ora dell’alba lungo il fiume, di solito è l’ora dei pescatori che parlano con i loro pesci un dialogo sordo e muto, mentre tu non hai niente con te, è per questo che mi sono fidata a lasciarmi vedere. Balbetto qualcosa emettendo suoni che, più o meno, sembrano voler dire chi sei tu, che ci fai qui, che ci faccio io qui, forse sto dormendo ed è un sogno. E lei: certo che è un sogno, in che altro modo pensi di potermi incontrare, so che mi cercavi, eccomi, sei pronto ad ascoltare la mia storia? Ed io si certo, ed entro in acqua che mi pareva la cosa più sensata da fare in un sogno.

Sono la ninfa del fiume, gli antichi mi chiamavano Marica, ma ormai sono centinaia di anni che nessuno mi chiama più. Un tempo rappresentavo l’anima del luogo, il genius loci, l’essenza che racchiude il segreto della vita e della bellezza; l’acqua che da vita, nutre e distrugge, disseta e affoga, lambisce e invade, ammalia e sgomenta. Un tempo gli antichi riassumevano le caratteristiche di un luogo dandole dimensioni umane: una ninfa, una vergine bellissima e una puttana da profanare: le caratteristiche antropomorfe sono sempre duplici, tutti gli dei hanno questa duplice veste: benevoli e terribili, seducenti e orgogliosi, dolci e vendicativi, e anche noi esseri minori, che non abbiamo la dignità del Dio esprimiamo la divinità del luogo conservando questi aspetti duplici. E’ così che per tanti anni ho mantenuto i rapporti con gli uomini che hanno abitato queste terre e queste acque, ho visto scorrere amore e sangue, tanti piedi hanno attraversato le mie acque, alcuni ho imparato a riconoscerli nel tempo, altri sono stati una fugace apparizione. Poi, duecento anni fa è accaduto qualcosa che ha stravolto la mia esistenza. All’inizio è sembrato tutto molto bello: pittori provenienti da tutta europa hanno cercato di rappresentare la mia bellezza, si sono lasciati incantare dal mio paesaggio, dai miei giochi d’acqua, dalle mie cascate e castelli, dalla ricchezza della mia terra e dalla meraviglia del mio aspetto. Le mie cartoline illustrate hanno invaso corti e musei, sono stata riconosciuta e ammirata, mi hanno definito la “nuova arcadia”, l’armonia delle forme e la bellezza hanno incantato poeti e pittori. Ma la nuova fame che circolava allora in Europa ha permesso ad altri occhi di notare altre potenzialità, e allora le mie acque sono state dirottate, piegate, asservite, attorno alle mie sponde sono state costruite fabbriche, alte mura mi hanno contenuto, la mia bellezza è stata stravolta. Ed è iniziata una nuova storia, io sono quasi morta, sicuramente dimenticata; il progresso l’hanno chiamato, e progresso è stato e una nuova realtà si è imposta. Accanto alle mie sponde ho visto aumentare il numero di uomini, indaffarati, operosi, affaticati, il loro sguardo era rivolto altrove, solo pochi pescatori hanno continuato a vedermi con gli occhi di sempre, ma anche questi si sono dovuti arrendere, il sapore e le carni degli abitanti del fiume è cambiato, alcuni abitanti sono spariti, altri hanno dovuto cambiare abitudini e sono dovuti emigrare.

Ed io: ma è il progresso, ha portato benessere, salute, la vita si è allungata, i figli hanno studiato, la città ha prosperato, non possiamo tornare indietro, non possiamo tornare all’arcadia, di cosa vivremo, di cosa parleremo; non possiamo sperare che la genia degli uomini sparisca a causa della vendetta degli antichi dei, dimenticati e quasi uccisi.

E lei: sento che qualcosa può cambiare, la vostra fede cieca per il progresso vacilla, sembra che qualcuno di voi si renda conto che non si possa uccidere il luogo in cui si vive, è inevitabile che si finisca per uccidere se stessi. Sono furiosa perché l’invasione delle fabbriche mi ha quasi uccisa e solo quella che voi chiamate crisi mi ha salvata. E da allora, piano piano, sono rinata, qualcuno ha ricordato il mio nome che a malapena ricordavo, qualcuno è tornato a vedere il mio splendore e ad angosciarsi per quello che non c’è più.

Ed io: tornare ad avere un rapporto con te, ammirarti, ritrovare le vecchie forme, scoprire la bellezza che è ancora presente, vedere oltre quel terribile aggeggio bianco che scopiazza il bianco della cascata, ritrovare alberi e corsi d’acqua. E’ un sogno che vale la pena di fare e di coltivare. Il rispetto è ricchezza, noi piccoli parassiti umani abbiamo ancora la possibilità di godere della bellezza e del terribile, ne abbiamo bisogno; l’importante è tornare ad avere consapevolezza della semplicità e della complessità, del particolare e dell’insieme, del singolo e del sistema.

E lei: non ti capisco, il tuo cuore è ancora arido ed io parlo solo attraverso il vocabolario delle emozioni, la gioia e il dolore, la meraviglia e lo sgomento, la paura e la felicità. Sono ancora qui. Svegliatemi.

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